• Roberto Maffeo

Il meraviglioso mondo degli ashtanga workshops

Prima di aprire Bottega Ashtanga a Bologna, con Lucia abbiamo girato mezzo mondo seguendo alcuni dei più importanti insegnanti di yoga. La nostra era una sorta di ricerca continua che richiedeva molta pratica e qualche buona guida che ci aiutasse a correggere gli sbagli. Quando parlo di sbagli non parlo solo di asana, intendo gli errori che si trovano in un cammino che prima ti aggancia con il corpo ma poi, lentamente ed inesorabilmente, trasforma radicalmente il tuo stile di vita. Ad esempio stai più attento a cosa mangi e quando mangi, diminuisci drasticamente le ore piccole: altrimenti chi si sveglia alle 4,30 per mettersi sul tappetino? Il peggio è che quel tappetino, quella pratica che precede qualsiasi altra cosa prima di affrontare la giornata, diventa un bisogno insostituibile. Gradualmente impari anche ad affrontare in modo più sereno certe quotidianità che prima, spesso, ti mandavano bestia.

In questo lungo percorso ho avuto modo di fare molti workshop e, dopo molteplici esperienze e riflessioni, mi sono chiesto: ma quale sono stati i workshop più interessanti? Quale formula mi ha lasciato qualcosa in tasca che mi sono portato a casa? Diciamo che al momento ho individuato una sorta di categorie

Quella del “Come la fa lui, non lo fa nessuno!”, molto centrata sulla prestazione dell’insegnante. Nel mondo dell’ashtanga è piuttosto facile imbattersi su bravissimi praticanti che impostano le loro lezioni sulla capacità di eseguire le asana. Sono momenti dove si respira un’aria un po’ competitiva. In questi casi te ne accorgi subito appena entri nella shala. Stendi il tuo tappetino e immediatamente ti senti gli sguardi addosso, se poi cominci a fare qualche mezza posizione giusto per scaldare qualche articolazione arrugginita, ecco che gli sguardi si intensificano e tu, ovviamente, smetti subito, intimorito. Purtroppo sono proprio questa tipologia di insegnanti che creano e sostengono la competizione perché basano il loro insegnamento sulla prestazione e, soprattutto nell’ashtanga, ciò ti porta fuori strada, dal momento che uno dei significati dello yoga è la riduzione del proprio ego. Questa tipologia di workshop personalmente mi mette a disagio, non mi interessa più dimostrare quale asana mi viene bene e quale meno, l’incontro con i miei limiti fisici me lo vivo tutti i giorni e mi sembra che vada poi bene così!

La seconda tipologia è quella del “Oh, ma sa proprio tutto!”. Sono quei workshop dove entri, vedi subito che c’è un’aria piuttosto rilassata e ti senti subito a tuo agio. L’insegnante ti invita a sedere in posizione comoda perché prima di iniziare vorrebbe conoscere i partecipanti. Ecco, da quel momento sai che inizierà un’interminabile giro di presentazioni, cinquanta persone che non si limiteranno a dire il loro nome ma che ci racconteranno la loro esperienza e pure le motivazioni che li hanno spinti proprio lì. Come un bambino di cinque anni prima cerco di fare il bravo, fermo seduto da vero yogi, poi alla decima presentazione comincio a muovermi e alla quarantesima sono un’anima in pena desiderosa solo e assolutamente di un caffè…forte! Ma non è finita, dopo che l’insegnante ha ascoltato tutti donando ad ogni singolo partecipante un accogliente sorriso, è il suo turno. Di solito la sua presentazione è interminabile, comincerà a raccontare la sua lunghissima esperienza e quando pensi che abbia finito e finalmente si comincerà a praticare, lui scopre che è già tardi e che ci si prende una pausa prima di iniziare davvero. Purtroppo questa tipologia di insegnanti tende più alla parola che al corpo sbilanciandosi molto sulla prima. Alla fine del week end hai scritto molte cose interessanti ma non hai praticato nulla e ti duole la schiena.

Poi ho incontrato una terza categoria quelli “Superprofessional.”. Sono quegli insegnanti che hanno preparato tutto, una programmazione perfetta che non ammette ritardi, improvvisazioni e soprattutto imprevisti. Secondo me si preparano anche le battute! Con loro si lavora moltissimo, però se hai la sfortuna che durante la giornata ti sono sorte alcune domande, sei fregato, difficilmente avrai il tempo di farne anche solo una, se per caso era stato programmato anche un “tempo per le domande” la risposta sarà frettolosa, difficilmente soddisfacente.

Probabilmente penserete che non mi va bene niente e invece no, c’è una categoria di insegnanti che mi piace moltissimo ed è quella di “Ma dai, è umano anche lui!”. Sono quelli che cercano di trasmetterti ciò che ti può servire di ciò che hanno imparato. Quelli che mettono a disposizione la loro esperienza senza pensare che l’abbiano fatta solo loro e proprio per questo sono curiosi di conoscere la tua. Sono quelli che ti raccontano ma che allo stesso tempo ti ascoltano con reale interesse, quelli che conoscono bene come si fa un’asana ma che sanno anche che il tuo corpo è diverso e, incredibile, hanno talmente tale esperienza che riescono anche a darti dei buoni suggerimenti. Ti sostengono nella tua pratica, non nella loro. Quando ti aggiustano, quando ti parlano, allo stesso tempo ti studiano per offrirti il consiglio migliore per te, non una generica indicazione, ma quella giusta per te in quel preciso momento della tua vita. Sono rari, ma giuro, esistono!

Roberto Maffeo



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