• Roberto Maffeo

Psico-Chakra Yoga

Aggiornato il: apr 20

Ciao come state? Spero stiate tutti bene, di salute fisica ma soprattutto psichica. E’ un momento complesso per la mente.

In questi giorni ne ho approfittato per ascoltare seminari e mini conferenze sullo yoga e mi sono imbattuto su una conferenza di Saverio Marchignoli su Jung e su un intervento di Prem Carlisi da Bali. Entrambi si focalizzavano sui Chakra. Sarà anche un caso però la lettura orientale della propria consapevolezza attraverso i Chakra mi è risuonata molto, del resto se uno pratica yoga quella lettura non può essergli completamente estranea. È per questo motivo che ho pensato di condividere con voi alcune riflessioni sull’esperienza di questo particolare momento guardandolo da un punto di vista psico-yogico.

Bloccati a casa la nostra routine è completamente cambiata. La routine è il nostro “sopravvivere”, cioè la nostra vita ordinaria dove il corpo agisce cercando di usare la minor energia possibile, come se andasse in automatico, altrimenti se ogni istante dovessimo pensare come fare, se ogni istante ci richiedesse un nuovo sforzo, la nostra energia si esaurirebbe in poco tempo: provate ad immaginarvi ogni giorno sparati in un mercato orientale, il giorno dopo in un campo da calcio in mezzo ad una partita e dopo poche ore nel centro frenetico di NYC, di nuovo in un mercato affollato e via di seguito. Al settimo giorno vi vengono a raccogliere con il cucchiaino! La routine è gestita dal Muladhara Chakra, il primo , quello posizionato nel Mhula Bandha, quello dove sono inserite le nostre radici, le basi su cui fondiamo la nostra vita, quelle che ci tengono saldamente ancorati alla realtà . Nella nostra quotidianità noi siamo posizionati qui per la maggior parte del nostro tempo. Quando viviamo attraverso automatismi sempre più frenetici e non ci fermiamo a riflettere, è la vita “non pensata” come diceva Jung. Bene oggi questi automatismi sono completamente saltati e, a fatica, giorno dopo giorno, abbiamo dovuto abituarci ad una nuova routine. Sono saltate molte basi ma, per fortuna, se alcune radici hanno subito forti strappi altre sono ancora salde, una di queste è la nostra pratica quotidiana. L’ashtanga ha bisogno di poco, un tappetino ed una sequenza, sempre la stessa. Ti basta conoscere la sequenza ed avere lo spazio sufficiente per il tappetino: that’s it! Ci vuole però molta motivazione. L’ashtanga è duro ma proprio per questo ci costringe e dunque permette di stare lì, di mettere mente e corpo sull’azione e sul respiro. La nostra pratica quotidiana rappresenta quella routine che, anche in una fase destabilizzante come questa, ci aiuta a rincontrare noi stessi. Sul tappetino siamo ancora noi, risuonano in noi e nel nostro corpo elementi conosciuti. Ma non è finita qui! Questo ci aiuta moltissimo ma non ci può bastare.

Per certi aspetti, e questa è la mia interpretazione personale su ciò che sta accadendo, ci siamo trovati, involontariamente, ad attivare fortemente il secondo Chakra, quello dell’acqua: Svadhisthana. Viene definito il Chakra dell’iniziazione, dove scopri che non sei solo quotidianità, sei qualcosa d’altro, sei qualcosa che è in grado di prendere le distanze dalla vita ordinaria e riflette su di sé. Questo tempo strano ci ha fatto fare un balzo in sù, togliendoci la nostra vita ordinaria ci ha costretto a riflettere su chi siamo. E credo che molti di noi abbiano scoperto che non tutto ciò che occupava le nostre fondamenta era poi così necessario, abbiamo cominciato, volenti o meno, a selezionare e a tenere ciò che per ognuno di noi è strettamente necessario per ripristinare la nuova routine. E’ dal secondo Chakra, da un livello di riflessione più alto che abbiamo dovuto guardare per ricomporre le nostre basi. E lì, da quella posizione, io e credo anche voi, abbiamo mantenuto la pratica. Era più facile starsene a letto, crogiolarsi nelle cattive notizie seduti sul divano, abbandonarsi al vuoto. Qualcuno forse l’ha fatto e probabilmente si è spaventato e si è aggrappato alla pratica come strumento per ritornare in sé, per riattivare le radici. Tutto ciò può essere definito come un nuovo processo iniziatico? Non lo so ma se non lo è gli si avvicina molto.

E non è ancora finita, perché chi non è stato preso dallo sconforto in questi giorni? Chi non ha avuto emozioni altalenanti dalla rabbia allo scoramento? È un momento dove le emozioni possono sovrastarci, dove tenere a bada “the neurotics thoughts” è molto complesso e qui, nel terzo Chakra, quello delle passioni, quello dei sentimenti di pancia, la pratica ci viene nuovamente in aiuto. Non possiamo stare per sempre nelle passioni, ci ucciderebbero, Jung il Manipura Chakra lo definiva come “l’inferno” della fisiologia sottile. Non riuscire a controllare le passioni ci rende schiavi di noi stessi. Ormai molti di voi praticano da tempo e sanno che ogni pratica, anche se sempre uguale, non è mai la stessa. La psiche e il corpo si condizionano vicendevolmente, e se crediamo che non siano una dualità, è ancora più facile immaginarsi il continuo cambiamento e il flusso incessante delle variabili tra natura interna ed esterna. Vi siete ritrovati sul tappetino arrabbiati? O semplicemente demotivati con la voglia di mollare la pratica ai primi suryanamaskara? Io si, spesso, ma lo sforzo è stato proprio quello di ascoltarmi, di porre attenzione ai miei stati d’animo e di come si modificavano durante la pratica. Ho scoperto ad esempio che quando ho finito il mantra iniziale e alzo le braccia al primo ekam, e avverto ansia al mio primo respiro, devo provare a contrastarla e lo faccio spingendo l’Ujjay, forzando il respiro. Non le posizioni, quelle vanno mantenute in relax, se metto tutta l’energia repressa da questi giorni di segregazione nella postura, penso che potrei farmi male. No, la sfida è proprio quella di mantenersi rilassati ma di attivare un respiro potente, per buttare fuori l’energia in avanzo ma anche di incorporarne di nuova più fresca. Difficilmente mi lascio andare a suggerimenti ma in questo caso credo che per chi come noi pratica ashtanga, in questo preciso momento ha l’occasione, nella sua ricerca solitaria, in una reale solitudine, di fare un salto di maturazione incredibile nel suo yoga personale, probabilmente impensabile nella nostra vecchia routine. E’ un’occasione da cogliere!

Ma attenzione, per l’ennesima volta non è ancora finita!!! Io e Lucia abbiamo consolidato con voi una meditazione serale, lo abbiamo fatto per condurvi, condurci ancora più in su, nel quarto Chakra, nell’aria dell’Anahata. Laddove lo sguardo verso noi stessi si fa più alto e scopriamo che anche gli altri, l’intera collettività, soffrono le stesse paure e vivono le stesse angosce ma per fortuna anche le stesse gioie e gli entusiasmi dei momenti felici. Non siamo soli. La meditazione ci aiuta a guardare dentro di noi con una leggera distanza, quella che ci permette di ascoltare i pensieri senza che questi ci rapiscano completamente. Attraverso la meditazione scopriamo che le emozioni si placano, i pensieri diventano oggetti della mente, e non ci identifichiamo più in essi riuscendo ad abbandonarli. Quando il livello di concentrazione su noi stessi riesce a far pulizia e la nostra mente diventa più limpida allora scopriamo che, nel nostro piccolo, possiamo rivolgere la nostra attenzione al mondo, con tutto ciò di positivo che in quel preciso momento sentiamo. Non lo inondiamo dei nostri angosciosi pensieri ma lo illuminiamo della purezza ritrovata, di quel qualcosa dentro di noi che si fa spazio tra gli strati della personalità.

E adesso è veramente finita, Jung di fronte al quinto e sesto Chakra si è arreso, definendoli come un qualcosa per lui inarrivabile, figuratevi per me!!!

Roberto Maffeo
















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