• Roberto Maffeo

Solo un diamante è per sempre

Aggiornato il: apr 20

Il mondo dello yoga ormai è qualcosa di talmente vasto ed indefinibile che la varietà con cui si articola è inafferrabile. Mi ricordo che un dozzina di anni fa, prima ancora che in India creassero il “Ministero dello Yoga”, appena fuori dall’aeroporto di Bangalore, sovrastava sull’autostrada per il centro città, un’enorme manifesto che diceva che il giro di affari dello yoga nel mondo superava quello dei videogame. Già allora l’India si lamentava di come un pezzo della loro cultura gli era sfuggito di mano e aveva intuito che lo yoga stava dilagando in modo autonomo e non più arginabile. La forza con cui stava conquistando il mondo occidentale era inarrestabile e ogni paese che incontrava modificava la sua natura e si allontanava inevitabilmente dalle origini. Lo dimostra il fatto che si spendono pensieri, libri, speculazioni filosofiche e molto di più, sul tema della tradizione, per poi scoprire che è un qualcosa di troppo lontano da noi, che il mondo dello yoga ha preso strade diverse e si è evoluto in mille diramazioni.

E’ però interessante notare che dopo secoli, dopo civiltà scomparse e riemerse, c’è un argomento che rimane lì, fermo, solido come un macigno: il parampara, il lignaggio tra discepolo e maestro.

Dopo aver ascoltato un paio di professori indiani a Mysore avevo capito che la loro versione pedagogica della trasmissione del sapere non si conciliava con la mia. La figura stessa del Guru mi affascinava ma nello stesso tempo mi sfuggiva. Il Guru non è solo un insegnante, è una sorta di maestro di vita, il Guru più che un pedagogista è un pedagogo come Aristotele con Alessandro Magno. Sa tutto, gli devi stare attaccato come una sanguisuga per poter ricevere tutto il suo sapere. Riponi in lui un pezzo importante della tua vita e soprattutto gli rimani fedele per sempre, in una relazione asimmetrica a senso unico: lui insegna e tu ascolti. Niente di sbagliato, chi sa offre il suo sapere e colui che deve imparare ascolta. Ma è quel “per sempre”che mi mette ansia. Il mio primo maestro di yoga, italianissimo, citando un detto Zen mi disse che “se incontri il Buddha per la strada uccidilo”. Gli stavo parlando della mia voglia di andare in India, della mia esotica curiosità, anch’io ero affetto da “originite” e vi assicuro che ero in stato acuto. Mi sembrava mio dovere andare dove lo yoga era nato, assaporare quelle atmosfere per capire come mai ero così attratto da questa disciplina. Lui fu davvero un signore, con quell’unica frase mi fece capire che mi aveva insegnato ciò che sapeva, ma era arrivato per me il momento di andare oltre, che la mia ricerca era diventata personale e dovevo proseguire con le mie gambe. Non lo ringrazierò mai abbastanza, in India ci ho sbattuto la testa per ben otto volte, sono diventato un po’ cinico ma anche più consapevole, e ancora oggi con il mio primo maestro ci confrontiamo e ci ascoltiamo nel rispetto dei nostri diversi percorsi.

In un seminario a Parigi, Gregor Maehle ha detto che per lui il parampara è la trasmissione del sapere da maestro e discepolo ma, secondo i suoi studi, da nessuna parte c’è scritto: per sempre. Eppure anche in molte scuole di yoga occidentali la fedeltà non si discute. Dopo un mese di lezione in una famosa scuola di ashtanga a Byron Bay, l’insegnante, salutando me e Lucia, ci lascia questa perla di saggezza: “mi raccomando trovate un insegnante di riferimento, è importantissimo seguire un unico maestro”. Ecco, ci risiamo, il parampara mi ricompare come un gufo. Ma l’idea che il sapere non è circoscritto ad un’unica persona, che la verità non è depositata in un’unica disciplina, non viene in mente a nessuno?

Ci sono parecchie scuole di yoga che non “reggono” l’abbandono, se te ne vai sei un traditore e cambiano la serratura. Capisco che non è facile elaborare un abbandono, è capitato anche a me con un praticante bravissimo, molto serio e dedicato, ad un certo punto se n’è andato e ci sono rimasto male. Ci avevo speso un sacco di tempo con lui, ma poi ho capito che era giusto così, che doveva andare oltre, la sua ricerca richiedeva altro. Sinceramente a pensarci oggi sono piuttosto contento e orgoglioso di aver fatto parte del suo percorso e credo che per un insegnante ciò possa e debba bastare.

In realtà anche se non ci sentissimo solo degli insegnanti di yoga ma anche dei maestri di vita, se ad un certo punto ci sentissimo addirittura un po’ dei padri per i nostri allievi, attenzione, anche lì il “per sempre” non esiste. Da Freud in poi ci sono fior fior di psicologi che ci dicono che anche il padre va ucciso, che la personalità di un figlio si fonda sul superamento della figura del padre, altrimenti il rischio è un senso di inferiorità e di incompletezza latente che logora giorno dopo giorno la sua autostima. Un genitore quasi perfetto diceva Bettelheim. Forse anche nello yoga bisogna cominciare a comprendere che l’imperfezione del maestro è la salvezza del discepolo. In parole povere ognuno deve fare la sua strada, ognuno deve assorbire tutto ciò che ritiene opportuno da chi è pronto a donarlo, per scelta o per natura, e mi sembra un paradosso vedere che insegnanti che si reputano tali si trasformino in ostacoli insormontabili al percorso personale di un individuo.


Roberto Maffeo








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